Qualche giorno fa, in questo blog, abbiamo riflettuto su quanto la politica viva di memoria corta (leggi qui). Una memoria cortissima che diventa il rifugio dei trasformisti e di chi cambia casacca al primo vento favorevole. Lì mettevamo a confronto la continuità dell’Union Valdôtaine con l’incoerenza dei partiti nazionali, che si ricordano della Valle solo a ridosso delle elezioni.

Oggi quel ragionamento si completa con un altro tassello: la memoria storica, quella che non si può né accorciare né manipolare. La memoria della Resistenza e dell’autonomia conquistata, che è il fondamento stesso della nostra identità politica.

Negli ultimi comizi, l’Union Valdôtaine ha riportato al centro il valore della partecipazione e l’orgoglio di essere valdostani. L’appello a non delegare ad altri le scelte sul futuro e a riscoprire le radici della nostra autonomia non è retorica: è la consapevolezza che senza memoria condivisa la nostra comunità rischia di indebolirsi. Le citazioni dell’abbé Trèves e di Émile Chanoux non sono solo richiami simbolici, ma il segno di un legame concreto tra passato e futuro.

Ed è proprio qui che il contrasto con la politica nazionale diventa più evidente. Pochi giorni fa, a Pontida, Roberto Vannacci ha definito “eroi” gli uomini della Decima MAS, arrivando a sostenere che andrebbero studiati a scuola, insieme al “giuramento di Pontida”. Parole che hanno suscitato polemiche e indignazione: quella stessa Decima MAS, dopo l’8 settembre 1943, fu al fianco dei nazisti, responsabile di rastrellamenti, torture e stragi contro civili e partigiani anche qui vicino a noi nel canavese. La cruenza dell’azione di queste squadre fu tale che ad un certo punto furono disconosciute addirittura dalla RSI. Tutto detto.

Il generale è atteso nei prossimi giorni ad Aosta per il suo giro elettoral-popolare. Che senso ha parlare di “eroi della Decima” in una regione che ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare per la sua lotta di Resistenza? In Valle d’Aosta la memoria non è un esercizio accademico, ma un atto di identità collettiva. È grazie a quella lotta se oggi parliamo di autonomia, se l’Union porta ancora lo stesso simbolo nato allora, se possiamo rivendicare con orgoglio le nostre prerogative.

Mentre i partiti nazionali rincorrono mode e slogan, la Valle d’Aosta deve fare l’opposto: custodire la coerenza e la memoria come strumenti di futuro.

Perché la nostra identità non è un cimelio da museo, ma un bene vivo che si difende giorno dopo giorno, anche nelle urne.

Domenica, il voto non sarà soltanto una scelta amministrativa. Sarà un modo per dire, ancora una volta, che i valdostani non si lasciano sedurre dai richiami effimeri delle passerelle romane, ma restano fedeli a ciò che li ha resi liberi e autonomi. Perché, come ricordava l’abbé Trèves, “per essere valdostani bisogna amare e difendere tutto ciò che è valdostano”.