La politica ha la memoria corta, cortissima. E questo, alla fine, diventa un problema nostro. Perché a far strada non è la coerenza, ma l’incoerenza di chi si presenta a noi con proclami e promesse che svaniscono subito dopo il giorno del voto.

Anzi, per molti politici, la memoria corta è una vera salvezza. È il rifugio perfetto per i campioni del cambio di casacca: oggi dicono una cosa, domani l’opposto, e dopodomani si reinventano sotto nuove bandiere. La coerenza dovrebbe essere l’ingrediente base di chi fa politica, e invece sembra essere diventata merce rara.

Cinque anni fa, in piena pandemia, anche la Valle d’Aosta ha vissuto momenti durissimi. Alcuni comuni erano zona rossa, i cittadini costretti in casa, e nel frattempo la Regione cercava di difendere con forza la propria specificità territoriale di fronte a norme nazionali scritte a Roma per Roma. Ricordiamo tutti l’assurdo divieto di spostarsi tra comuni: chi viveva in un piccolo paese era prigioniero, mentre nelle grandi città ci si poteva muovere liberamente da un quartiere all’altro. Basti pensare che in molti piccoli comuni mancavano servizi essenziali, come la farmacia, solo per fare un esempio. In quei mesi la Valle non chiedeva privilegi: chiedeva semplicemente buon senso.

Non fu semplice: impugnative, ricorsi, porte chiuse da Roma. Anche successivamente, con il PNRR, il Governo ha preferito accentrare risorse e decisioni, facendo orecchie da mercante alle nostre pressanti richieste di poter gestire a livello locale le importanti risorse del piano europeo. Una gestione regionale avrebbe garantito maggiore equità nella distribuzione e un utilizzo più razionale dei fondi. Ad esempio: ha avuto senso, in Valle d’Aosta, attribuire a un solo comune 20 milioni di euro?

Eppure, in questi giorni di campagna elettorale, vediamo sfilare il solito carosello dei politici romani. Arrivano in Valle come turisti del voto: passerelle, strette di mano, sorrisi di circostanza e improvvisi entusiasmi autonomisti che nessuno aveva mai notato prima.

Si ricordano di noi una volta ogni cinque anni, con il solo obiettivo di colorare di nero un’altra regione sulle loro cartine di partito.

E qui sta una differenza che non può e non deve passare inosservata: l’Union Valdôtaine ha sempre lo stesso simbolo, quello nato dalla Resistenza, dalla lotta per difendere gli interessi della Valle e dei valdostani. È un segno di continuità, di radici profonde, che non ha bisogno di cambiare volto a seconda del vento politico. I partiti nazionali, invece, rincorrono la moda del momento: i loro simboli portano il nome del leader di turno, la cui foto gigante campeggia nei manifesti, occupando da sola più spazio dei volti dei candidati locali stessi. È l’ennesima dimostrazione che la loro attenzione non è per la Valle, ma per il palcoscenico nazionale.

La Valle d’Aosta non è una tappa di campagna elettorale. Non è una foto ricordo da aggiungere all’album di un leader nazionale. È una comunità che vive ogni giorno le difficoltà di essere montagna, di essere una piccola regione con i suoi problemi ma con grandi opportunità.

I rapporti con lo Stato devono essere continui, rispettosi e proficui, sempre. Ma il rispetto va in entrambe le direzioni. Non serve lo spirito di sudditanza che qualcuno vorrebbe imporci. Serve orgoglio, lucidità e memoria. Perché le mode politiche passano, ma i nostri simboli e la nostra specificità restano.

Il centralismo è un rischio vero oggi come lo era ieri. E la memoria corta della politica è il suo alleato più subdolo.

Tocca a noi ricordare, scegliere con la testa e con il cuore, e difendere ciò che ci rende unici: la nostra identità.