Un’estate decisamente particolare, quella di quest’anno, insolitamente densa di appuntamenti politici.
Oltre al doppio turno elettorale previsto per settembre — che, come nel drammatico contesto pandemico del 2020, vedrà la Valle d’Aosta impegnata contemporaneamente nelle elezioni regionali e comunali — quest’anno porta con sé una novità assoluta: il referendum confermativo.
Un evento storico, perché si tratta del primo referendum confermativo nella storia della nostra regione. E inusuale anche per la data in cui si svolgerà: il 10 agosto, un periodo in cui raramente si fissano appuntamenti elettorali.
Ma le novità e le stranezze non finiscono qui.
Vale la pena ricordare che questo referendum (di cui ho già scritto in precedenza) è nato a seguito dell’approvazione, da parte del Consiglio Valle, della riforma della legge elettorale regionale. Una legge che reintroduce le tre preferenze e introduce per la prima volta, nell’ordinamento regionale, la preferenza di genere per l’elezione del Consiglio Regionale. La riforma è stata approvata a febbraio.
Essendo la norma di rango statutario, e approvata con maggioranza semplice, era previsto dalla legge che un cinquantesimo degli elettori o almeno sette consiglieri regionali potessero richiedere un referendum confermativo. Come noto, nonostante l’impegno di alcune componenti della destra e della sinistra più radicale, la raccolta firme non ha avuto esito positivo. Sono stati quindi decisivi i sette consiglieri regionali che hanno esercitato il diritto di richiesta: sei della Lega e il consigliere Lucianaz.
Fatte queste premesse, dove risiedono le altre “stranezze” cui facevo riferimento?
La più evidente è il silenzio calato proprio da parte di chi ha voluto questa “simpatica” novità estiva. Se fossi tra i promotori di un referendum — per giunta confermativo, su una legge già approvata dal Consiglio — userei ogni mezzo possibile per spiegare perché ritengo tale norma ingiusta, iniqua o comunque sbagliata.
Perché proporre un referendum confermativo significa proprio questo: ritenere che la norma precedente sia migliore di quella introdotta. E invece no! Evidentemente la stragrande maggioranza dei militanti — da destra a sinistra — preferisce la nuova norma, con le tre preferenze e la preferenza di genere, rispetto alla precedente preferenza unica. Soprattutto tra i potenziali candidati!
Nasce così un clima di evidente imbarazzo.
Da un lato – quello destro - vi è il disagio di chi da fervido, ma poco incisivo e convincente, promotore del referendum usando la tattica sbraitante della “confusione sul tema”, è diventato particolarmente silente. La confusione ad arte funziona finché gli interlocutori non capiscono il quadro. Una volta chiaro a tutti che non si vota questo referendum per proporre l'elezione diretta del presidente o per altre “fantasie”, il giochino si è rotto! Ora questo referendum augustano rischia di trasformarsi in un boomerang incandescente, a un mese dalle elezioni.
Nemmeno a sinistra la situazione è più lineare. Una parte ha agito con coerenza: non ha promosso il referendum e ora sostiene il Sì per confermare la norma approvata. Non perché sia per loro la legge ideale — non lo è neppure per noi — ma perché è comunque un passo avanti rispetto alla precedente, in particolare sulla questione annosa della rappresentanza di genere.
Poi c’è un’altra parte della sinistra che, pur avendo fatto della doppia preferenza di genere una bandiera, oggi sostiene il No. Secondo loro, sarebbe meglio mantenere la preferenza unica piuttosto che accettare le tre preferenze con la preferenza di genere. Questo, francamente, mi risulta difficile da comprendere.
C’è persino chi, in quest’area, ancora demonizza le tre preferenze, temendo presunti “sistemi di controllo del voto”. L’hanno detto davvero, ignorando — o fingendo di ignorare — che da anni esiste lo spoglio centralizzato.
Altri paventano il rischio delle “cordate”. Ma davvero è così scandaloso che un candidato, durante la campagna, promuova anche la candidatura di un collega della stessa lista? Personalmente, trovo molto più criticabile la prassi di inserire candidati solo per “fare numero”, i quali poi fanno campagna elettorale solo per altri, senza cercare alcun voto personale. E queste distorsioni sono accadute proprio con la preferenza unica.
In questi giorni sono state riprese alcune mie dichiarazioni del 2019, quando, da Presidente dell’Union Valdôtaine, avevo sintetizzato la posizione del Movimento sull’introduzione della preferenza unica. Nessuna contraddizione rispetto a oggi, anzi: coerenza piena.
All’epoca, la preferenza unica era sostenuta dalla stragrande maggioranza del Consiglio, e il voto dell’Union Valdôtaine era peraltro ininfluente. Avevamo già molto chiaramente dichiarato che, se si fosse trovato un modo per escludere ogni possibile controllo del voto, anche nei piccoli comuni, saremmo stati favorevoli al ritorno alle tre preferenze. Lo spoglio centralizzato, introdotto sperimentalmente nel 2017 e nel frattempo diventato elemento strutturale del nostro ordinamento, ha pienamente garantito questa condizione.
La preferenza unica, invece, non ha funzionato: è stata mal digerita dagli elettori e ha favorito un maggior individualismo tra gli eletti, alimentando cambi di casacca e logiche personalistiche.
Guardando avanti, credo che si dovrebbe puntare ancora più in alto: introdurre il voto elettronico.
Non solo eliminerebbe definitivamente ogni residua preoccupazione sul controllo del voto, ma consentirebbe comunque di avere un quadro politico chiaro, anche a livello comunale.
In conclusione:
Nonostante la confusione diffusa da alcuni, il referendum è molto semplice. Se si vuole reintrodurre il sistema delle tre preferenze e, soprattutto, inserire la preferenza di genere — che ha già garantito l’elezione di molte donne nei consigli comunali valdostani — il 10 agosto bisogna ritagliarsi qualche minuto e andare a votare Sì.