Come scrivevo qualche giorno fa (leggi qui), il referendum confermativo sulla legge elettorale approvata dal Consiglio regionale a febbraio si farà. Di certo non ci aspettavamo ulteriori colpi di scena a movimentare un quadro già di per sé piuttosto agitato.

Fino a una settimana fa ci si interrogava sul motivo per cui sette consiglieri regionali avessero sottoscritto la richiesta di referendum, dato che — almeno apparentemente — erano già state raccolte le firme necessarie, che sarebbero poi state depositate alla Presidenza del Consiglio regionale. Oggi la situazione è più chiara: senza quella sottoscrizione in extremis da parte dei consiglieri, il referendum non avrebbe avuto luogo.

Al netto dell’errore formale nella certificazione delle firme — può succedere, è già accaduto anche in tempi recenti — errore per il quale il collega Distort ha chiesto scusa assumendosi pienamente la responsabilità, il dato politico è un altro. Innanzitutto, la vicenda non entusiasma l’elettorato, nonostante i goffi tentativi di celare dietro la richiesta di referendum confermativo obiettivi di altro tipo. Ma soprattutto, è probabile che la (piccola) riforma approvata vada effettivamente nella direzione voluta dagli elettori. Elettori che, a quanto pare, non fremono all’idea di un referendum su questo tema.

Aggiungerei che si sono percepiti dubbi di fondo, soprattutto da parte di militanti in odore di candidatura vicini alla componente più destrorsa del comitato, in merito all'opportunità di spingere per l’annullamento di una riforma che potrebbe rivelarsi utile anche per loro. Alla prima candidatura, infatti, la preferenza unica può un po’ spaventare.

Dall’altro verso della questione, c’è agitazione tra chi sta lavorando alla costruzione di liste variegate e multietniche per le elezioni di settembre. Chi dava per scontato che, saltando l’approvazione della legge con una maggioranza qualificata, si sarebbe comunque votato con preferenza unica — indipendentemente dall’esito del referendum — oggi deve rivedere piani e strategie.

Come enunciato dal principio di esclusione di Pauli — che nel 2025 compie cent’anni — nessun elettrone in un atomo può avere esattamente lo stesso insieme di tutti e quattro i numeri quantici. Un principio cardine della meccanica quantistica, che forse qualcuno inizia a temere possa valere anche per le tre preferenze in una lista multietnica: se una componente è più forte, la preferenza multipla rischia di escludere semplicemente i candidati delle altre.

È stato forse questo principio quantistico a spingerci verso l’approvazione della riforma con solo 19 voti? Forse sì. Ma è anche vero che non erano del tutto note tutte le condizioni al contorno del problema.

Questo vale anche per la maggioranza: se avessimo capito che i famosi 24 voti in realtà erano un miraggio non raggiungibile, non avremmo certo cercato fino all’ultimo di intrecciare accordi e trovare soluzioni. Come già detto, la legge sarebbe stata approvata l’anno scorso e il referendum sarebbe già stato fatto.

Ora il problema è diventato più complesso probabilmente anche per chi ha cercato di giocare di strategia piuttosto che fare politica.

Oggi, almeno, abbiamo una certezza: il referendum si terrà il 10 agosto. Il Presidente della Regione ha firmato ieri il decreto di indizione, scegliendo la prima data utile.

Una dopo l’altra, si stanno così smontando le illazioni e i tentativi — mal dissimulati — di mascherare le difficoltà nel raggiungere gli obiettivi prefissati dal variegato comitato elettorale "ambidestro", che spesso ha attribuito ad altri i bluff di cui è in realtà protagonista.

Infine, una domanda: ora che il comitato (non) ha raggiunto il proprio scopo — ovvero presentare le firme per la richiesta di referendum —, esiste ancora o si è sciolto con i primi caldi di giugno?

Intanto, in questo weekend, siamo chiamati ad esprimerci su cinque quesiti referendari. Per me sarà un momento particolarmente emozionante: per la prima volta accompagnerò mia figlia al seggio.