Il faux-bourdon valdostano, che ha contribuito all’ispirazione di questo blog, è una particolare forma di canto liturgico, sviluppatasi storicamente come espressione musicale identitaria della Valle d’Aosta. Si tratta di un’antica pratica di canto sacro che alterna strofe intonate all’unisono, spesso di tradizione gregoriana, a strofe polifoniche in faux bourdon. In passato essa accompagnava le feste religiose più sentite dalle comunità alpine locali, divenendo un elemento aggregante della fede e della cultura popolare valdostana. È infatti ricordata come “una delle poche espressioni musicali proprie” della regione, diffusa capillarmente in Valle d’Aosta e poco nota al di fuori di essa. Oggi, la riscoperta di questa tradizione – quasi scomparsa nell’ultimo secolo – riveste importanza non solo musicologica e liturgica, ma anche antropologica, poiché il faux bourdon costituisce parte integrante del patrimonio culturale valdostano. Da citare sicuramente il prezioso testo di David Mortara - Faux Bourdon Rinascita di una tradizione-  pubblicato recentemente per conto dell’Assessorato alla Cultura delle Regione Autonoma Valle d’Aosta, dal quale ho raccolto buona parte di quanto riporto in questo mio breve testo.

Le origini del faux bourdon risalgono alla fine del Medioevo – inizio Rinascimento, periodo in cui si affermarono le prime forme di canto liturgico polifonico parallele al canto gregoriano monodico. Già nei secoli precedenti erano documentate sperimentazioni proto-polifoniche come l’organum (dal IX secolo, in Francia) e il gymel (XIV secolo, in Inghilterra), basate sull’aggiunta di una voce parallela alla melodia gregoriana (di norma alla quarta o quinta superiore). Su queste premesse nacque il faux bourdon: inizialmente era una tecnica di improvvisazione su due o più voci a partire da un canto piano (plain-chant) gregoriano, con le voci aggiunte che seguivano il profilo melodico principale in moto parallelo e con ritmo uniforme (omoritmia).

In Valle d’Aosta il faux bourdon ha messo radici profonde nella religiosità locale, rimanendo vivo in ambito parrocchiale e popolare anche quando altrove veniva dimenticato. Era tradizionalmente riservato alle occasioni più solenni del calendario liturgico e della vita comunitaria: veniva eseguito quasi esclusivamente durante le grandi festività e le messe solenni (la “messa grande”) nelle feste patronali di ogni paese. Fonti orali riferiscono che praticamente tutte le solennità maggiori vedevano l’impiego del faux-bourdon: ad esempio, si cantava regolarmente il Magnificat, il Te Deum e talvolta un canto finale in faux-bourdon in ogni festa patronale, nonché nelle ricorrenze come Pentecoste, Ascensione, Assunzione, ecc. In alcuni casi speciali il faux-bourdon accompagnava anche i riti funebri o processioni, eseguito a cappella (senza strumenti) durante i cortei. Questa tradizione era sentita come elemento di solennizzazione della festa: “Il suono del faux-bourdon dava il senso della festa”, ricordano i testimoni, e ad esempio il canto Laudate Dominum eseguito in chiusura della messa solenne era vissuto come un momento culminante della celebrazione. La partecipazione comunitaria proseguiva anche fuori dalla chiesa: in molti villaggi, terminata la Messa patronale, il parroco e i cantori pranzavano insieme alla comunità e immancabilmente al termine del banchetto intonavano di nuovo il Laudate Dominum in faux-bourdon. Tale usanza, ricordata con nostalgia dagli anziani, testimonia come il faux-bourdon fosse non solo un fatto musicale-liturgico, ma parte integrante della socialità e dell’identità religiosa locale.

Benché il faux-bourdon sia nato da pratiche pan-europee antiche, in Valle d’Aosta esso si è evoluto come un fenomeno locale peculiare. La semplicità della sua armonia ne ha favorito la persistenza: a differenza di altre regioni, in Valle d’Aosta il faux-bourdon ha continuato ad essere eseguito stabilmente almeno fino alla metà del Novecento. In particolare, la sua compatibilità con l’accompagnamento organistico ha permesso di integrarlo nelle liturgie parrocchiali anche dopo la diffusione universale dell’organo: l’organo raddoppiava e sosteneva l’armonia, supplendo alla mancanza di bassi vocali, così che la comunità poté mantenere questo stile più a lungo. Di fatto, per circa due secoli il faux-bourdon è stata la forma più popolare e diffusa di musica sacra festiva in Valle d’Aosta, più ancora delle Messe polifoniche d’autore che solo le cantorie più dotate tecnicamente potevano eseguire. Verso la seconda metà del XX secolo, tuttavia, anche in Valle d’Aosta la tradizione iniziò a declinare rapidamente, complice la generale riforma liturgica post-conciliare e i cambiamenti sociali. Già negli anni 1960-70 l’introduzione delle voci femminili nelle corali parrocchiali (prima costituite esclusivamente da uomini) rese problematico mantenere l’esecuzione del repertorio gregoriano tradizionale – e di riflesso anche del faux-bourdon – nella sua forma originale. Molti anziani cantori uscirono di scena e le nuove generazioni non appresero più spontaneamente questa prassi orale. Così, entro la fine del Novecento, il faux-bourdon valdostano era quasi scomparso dalla maggior parte delle parrocchie. Solo poche comunità isolate riuscirono a mantenerlo vivo: emblematico il caso della parrocchia di Challand-Saint-Anselme, dove ancora recentemente il faux-bourdon viene eseguito grazie all’impegno del direttore di cantoria locale. In generale, però, si è reso necessario un lavoro di recupero e valorizzazione per salvare dall’oblio questo patrimonio musicale. Negli ultimi anni, grazie a progetti della Regione Valle d’Aosta, la tradizione è oggetto di una “rinascita”: sono state raccolte testimonianze dagli ultimi cantori, trascritte le melodie e incoraggiate le cantorie parrocchiali a reinserire in repertorio questi canti antichi.

Pur essendo abbastanza omogeneo come repertorio (molti canti erano comuni in tutta la regione, ad esempio Te Deum e Laudate Dominum figuravano in ogni parrocchia), il faux-bourdon valdostano presentava sfumature diverse da zona a zona. Le armonizzazioni, tramandate oralmente e spesso improvvisate “ad orecchio” dai cantori, potevano subire piccole variazioni melodiche o intervallari a seconda del paese. Come osserva uno studio, ciò è analogo a quanto avviene per il dialetto locale (il patois francoprovenzale), che cambia leggermente tra vallate: allo stesso modo, il faux-bourdon aveva caratteri dialettali propri di ogni comunità. Probabilmente i cantori applicavano alle melodie sacre le stesse modalità esecutive del canto popolare profano spontaneo della zona, portando nel faux-bourdon influssi del proprio patrimonio locale di canti tradizionali. Un caso esemplare è documentato in una lettera del 1982: l’organista Auguste Valleise descrive al prof. Lino Colliard come ha ricostruito a memoria il Te Deum in faux-bourdon “sul V° tono” usato un tempo ad Arnad, notando però che “l’aria del faux-bourdon di Ayas è molto diversa” da quella generalmente cantata nel resto della Valle. Questo indica che la melodia di base e le voci aggiunte potevano variare sensibilmente tra luoghi diversi (es. Ayas vs. Arnad), pur riconoscendosi tutte come versioni dello stesso canto liturgico. Un altro indizio di connessioni interculturali proviene dalla Savoia francese: a Bessans (Maurienne), durante una ricerca etnomusicologica, alcuni cantori locali sentirono un Magnificat e subito vi aggiunsero spontaneamente una seconda voce identica al notre altus du faux-bourdon valdostano; inoltre mostrarono uno strumento musicale praticamente uguale al tubo usato in Valle. Ciò suggerisce che la tradizione del faux-bourdon non fosse del tutto isolata, ma condividesse radici comuni con altre aree alpine di cultura franco-provenzale (come le vallate della Savoia e forse del Vallese). D’altra parte, l’influenza principale resta quella del canto gregoriano: i brani eseguiti in faux-bourdon erano perlopiù salmi, inni e cantici del repertorio liturgico latino, di cui conservavano i testi e spesso le melodie di base (modalità, formule del tono salmodico, ecc.). In Valle d’Aosta il gregoriano veniva appreso tradizionalmente “per imitazione” dai cantori e costituiva la base su cui si innestava l’armonizzazione a orecchio del faux-bourdon. L’alternanza stesso tra canto piano e canto a più voci evidenzia la funzione di ornamentum polifonico che il faux-bourdon aveva rispetto al cantus firmus gregoriano, analogamente alle pratiche di alternatim diffuse nell’Europa rinascimentale. In sintesi, la tradizione valdostana del faux-bourdon può essere vista come il prodotto dell’incontro fra la liturgia romana (canto gregoriano in latino) e la sensibilità popolare alpina di lingua franco-provenzale, che ha plasmato un modo unico di “fare polifonia” locale.