Nel 2025 ricorrono gli ottant’anni dallo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, avvenuti rispettivamente il 6 e il 9 agosto del 1945. Due eventi che cambiarono per sempre la storia dell’umanità, segnando l’ingresso nell’era nucleare e ponendo fine alla Seconda guerra mondiale. Anche se, come noto, l’Europa era già liberata dall’abominio nazifascista e la guerra era terminata ad aprile.

Al centro di questa svolta epocale vi fu il Progetto Manhattan, l’ambizioso programma militare-scientifico americano che portò alla costruzione delle prime armi atomiche. Tanti anni fa, credo nei primi anni di università lessi il libro “Hiroshima: La Fisica conosce il peccato” di Pietro Greco, un libro molto ben scritto che raccontava le vicende storiche, politiche e scientifiche dietro al Progetto Manhattan. Un titolo che, da giovane studente di Fisica, mi rimase impresso.

Il Progetto Manhattan è forse per la prima volta, almeno nei giorni nostri, stato avvicinato dal grande pubblico con il film “Oppenheimer” con il quale il regista Christopher Nolan ha portato sul grande schermo la complessa figura di J. Robert Oppenheimer.

Nato nel 1942 su impulso del governo degli Stati Uniti e sotto la direzione del generale Leslie Groves, il Progetto Manhattan riunì alcune delle menti scientifiche più brillanti dell’epoca con l’obiettivo di battere sul tempo la Germania nazista nello sviluppo dell’arma atomica. Con laboratori sparsi in diversi punti del paese — da Los Alamos a Oak Ridge — e con risorse pressoché illimitate, il progetto rappresentò una collaborazione senza precedenti tra scienza, industria e forze armate.

Uno degli aspetti meno discussi ma centrali del Progetto Manhattan fu il contributo degli scienziati ebrei emigrati negli Stati Uniti, in particolare dall’Europa centrale. A causa dell’ascesa del nazismo e delle leggi razziali, molti fisici, chimici e matematici di origine ebraica furono costretti ad abbandonare le loro cattedre in Germania, Austria, Ungheria e Italia. Negli Stati Uniti trovarono non solo rifugio, ma anche l’opportunità di proseguire le loro ricerche in un contesto di libertà intellettuale.

Tra questi spiccano nomi come Albert Einstein, il cui celebre appello al presidente Roosevelt nel 1939 (redatto con Leo Szilard) fu determinante per avviare le prime fasi del progetto. Sebbene Einstein non partecipasse direttamente allo sviluppo delle bombe, la sua influenza fu cruciale.

Più direttamente coinvolti furono Enrico Fermi, che dopo le leggi razziali fasciste lasciò l’Italia con la moglie ebrea Laura Capon, e Leo Szilard, che fu uno dei primi a intuire il potenziale distruttivo della fissione nucleare. Edward Teller, padre della bomba a idrogeno, e Niels Bohr, danese di origini ebraiche e rifugiatosi anch’egli negli Stati Uniti, furono figure di primo piano. Anche Hans Bethe, pur non ebreo, fu profondamente legato a questo gruppo per affinità scientifica e ideologica, e giocò un ruolo chiave nella teoria della detonazione nucleare.

Molti di questi scienziati affrontarono un profondo conflitto etico. Spinti dalla necessità di fermare Hitler e il timore che la Germania potesse costruire una bomba atomica prima degli Alleati, accettarono di contribuire al progetto. Ma dopo la resa tedesca, il loro coinvolgimento divenne per alcuni motivo di rimorso e dissenso. Szilard e Bohr, in particolare, tentarono di dissuadere l’uso bellico della bomba e promuovere la trasparenza scientifica tra le potenze.

Questa tensione etica si acutizzò dopo la fine della guerra in Europa, con la resa della Germania a maggio 1945 e la morte di Hitler e Mussolini ad aprile. Molti si domandarono se fosse davvero necessario l’utilizzo delle bombe atomiche contro il Giappone, già in evidente difficoltà militare. La guerra in Europa era conclusa, e alcuni storici sostengono che anche la resa giapponese fosse imminente. La decisione di sganciare le bombe è tuttora oggetto di dibattito storico e morale, e rappresenta uno dei punti più controversi del Novecento: fu un atto militare inevitabile per accelerare la fine del conflitto o una dimostrazione di forza, anche in chiave geopolitica, diretta all’Unione Sovietica?

Nel frattempo, in Germania, il fisico Werner Heisenberg, premio Nobel per la Fisica, guidava il programma nucleare tedesco noto come Uranverein. Dopo la scoperta della fissione nucleare nel 1938, la Germania avviò ricerche per sviluppare applicazioni militari dell'energia atomica. Tuttavia, il programma tedesco fu ostacolato da vari fattori: errori di calcolo, come la sovrastima della massa critica necessaria per una bomba atomica, e la mancanza di risorse adeguate.

Il 6 agosto 1945 l’aereo statunitense Enola Gay sganciò la bomba all’uranio "Little Boy" su Hiroshima, causando la morte immediata di circa 70.000 persone. Nei mesi successivi, il numero salì a 140.000 vittime, a causa di ustioni, traumi, radiazioni e malattie indotte. Tre giorni dopo, il 9 agosto, fu la volta di Nagasaki, colpita dalla bomba al plutonio "Fat Man": morirono tra 40.000 e 75.000 persone entro la fine del 1945.

A distanza di decenni, migliaia di sopravvissuti, conosciuti come hibakusha, continuarono a soffrire di leucemie, tumori e malformazioni congenite. Oltre al bilancio materiale e demografico, si aggiunse un trauma collettivo e culturale che segna ancora oggi la memoria giapponese. L’esplosione nucleare non distrusse solo città, ma anche identità, tessuti sociali, intere generazioni.

Oggi più che mai, ricordare Hiroshima e Nagasaki è un dovere morale e civile. Non solo per onorare le vittime, ma per riflettere sul potenziale distruttivo della tecnologia quando sfugge al controllo della coscienza. In un mondo ancora segnato dalle tensioni nucleari e da conflitti latenti, l’eredità del 1945 ci impone di interrogare il presente.

Come ci ricordano i memoriali giapponesi e le testimonianze dei sopravvissuti, il ricordo non è un esercizio del passato, ma un atto di responsabilità verso il futuro: perché la scienza continui a servire la vita — e non la sua distruzione.

Mi sono sempre chiesto: e se la storia fosse andata diversamente?

Nello specifico, cosa sarebbe successo, se le leggi razziali non fossero state promulgate in Europa? E se gli scienziati ebrei — tra i più brillanti del loro tempo — non fossero stati costretti a fuggire da Berlino, Roma, Budapest o Vienna per cercare rifugio negli Stati Uniti?

Questa domanda probabilmente non ha senso, perché le leggi raziali sono parte integrante dei regimi totalitari di Hitler e Mussolini, ma in teoria la guerra si sarebbe potuta svolgere ugualmente. Probabilmente uno storico non sarebbe d’accordo con la mia analisi approssimativa.

Quello che è certo è che proprio grazie alla diaspora intellettuale causata dalla persecuzione antisemita gli Stati Uniti si trovarono improvvisamente in possesso di un capitale umano senza precedenti: Einstein, Szilard, Fermi, Segrè, Wigner, Teller, Bethe... Molti di loro diedero un contributo decisivo al Progetto Manhattan.

Se invece fossero rimasti in Europa, sotto un regime che li avesse accolti o almeno tollerati, è plausibile che la bomba atomica sarebbe potuta nascere in Germania, magari sotto la guida di Heisenberg o con la supervisione delle autorità naziste. La Germania possedeva una scuola scientifica di primissimo livello, infrastrutture avanzate e, almeno nei primi anni di guerra, accesso alle risorse necessarie.

Fortunatamente — ed è tragico dirlo — fu proprio l’ideologia razzista del nazismo a sabotare il proprio potenziale scientifico, cacciando i suoi migliori cervelli. Un errore strategico colossale che probabilmente, impedì al Terzo Reich di vincere la corsa alla bomba atomica.

Questa riflessione ci ricorda una verità fondamentale: la scienza vive e prospera solo in condizioni di libertà, pluralismo e inclusione. Dove si reprimono le differenze, si soffoca anche il pensiero. Ed è forse uno dei paradossi più profondi del Novecento: il mondo fu salvato — o almeno, non venne distrutto prima — dalla cecità di chi credeva di poter dominare la conoscenza discriminando l’intelligenza.